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L'ascesa del nazismo in Germania.

8 . Il nazismo e la precedente storia della Germania.

Da: E. Collotti, La Germania nazista. Dalla Repubblica di Weimar al
crollo del Reich hitleriano, Einaudi, Torino, 1962 .

Il dibattito sul nazismo  stato fin dall'inizio condizionato da
fattori politici; particolarmente determinante  risultata la
divisione della Germania in due parti, una sotto l'influsso
occidentale, l'altra sottoposta al controllo dell'Unione Sovietica. La
questione che ha sollevato le polemiche pi accese  stata quella del
rapporto tra l'origine del nazismo e la precedente storia della
Germania.
Gli storici tedeschi di orientamento liberal-democratico hanno
considerato il nazismo

p 338 .

come un fenomeno degenerativo della storia tedesca: Friedrich
Meinecke, nel suo saggio La catastrofe della Germania, pur
individuando correlazioni dello hitlerismo con "l'ebbrezza di potere
dell'alta borghesia dell'et bismarckiana" e con "le ristrettezze di
mente e gli irrigidimenti del militarismo prussiano-tedesco", sostiene
che l'avvento del nazismo fu essenzialmente opera di un "gruppo di
delinquenti", guidati dalla personalit "demoniaca" di Hitler.
Gerhard Ritter, analogamente ad altri storici liberal-conservatori,
inserisce il nazismo nel quadro pi generale della crisi del
liberalismo europeo, definendolo, nel saggio Le origini storiche del
nazionalismo (in Questioni di storia contemporanea, terzo, Marzorati,
Milano, 1953), "la forma specificatamente tedesca, assunta da un
fenomeno che ha fatto la sua comparsa in tutta l'Europa con il sistema
degli stati a partito unico".
Alcuni storici di orientamento democratico, come gli americani Peter
Viereck, George Lachmann Mosse e William Lawrence Shirer e il francese
Edmond Vermeil, hanno individuato le origini del nazismo nella storia
e nella cultura tedesche, da Lutero a Hegel, da Fichte a Nietzsche,
dal militarismo prussiano al pangermanesimo guglielmino.
Altri studiosi hanno messo in evidenza i fattori economici; la
storiografia marxista in particolare ha posto l'accento sul
collegamento tra nazismo e capitalismo. Franz Neumann, uno dei
maggiori storici del nazismo, parla espressamente di alleanza tra
totalitarismo nazista e capitalismo monopolistico.
Interessanti contributi allo studio del fenomeno nazista sono presenti
in opere di psicanalisti che hanno affrontato la questione sotto
l'aspetto psicologico e sociologico, come Psicologia di massa del
fascismo dell'austriaco Wilhelm Reich e Fuga dalla libert del tedesco
Erich Fromm.
Di queste diverse interpretazioni parla Enzo Collotti nel passo qui
riportato, sottolineando la necessit di collegare il
nazionalsocialismo agli "sviluppi della societ, della politica e
della cultura tedesche negli ultimi centocinquant'anni".

La catastrofe del 1945, proponendo un profondo ripensamento delle
radici storiche e culturali della Germania moderna, ha posto alla
storiografia tedesca la necessit di approfondire, come nodo centrale,
il problema dei rapporti tra il nazionalsocialismo e la storia
tedesca. In sostanza, ai quesiti impliciti in questa stessa
enunciazione problematica si pu dare una risposta valida soltanto
nella misura in cui si riconosca nel nazionalsocialismo non gi il
fatale punto di arrivo di una evoluzione rettilinea
deterministicamente necessitata, che presupporrebbe la sistematica
supremazia nel corso della moderna storia tedesca di energie deteriori
e di tutte quelle forze alle quali siamo soliti ricollegare il
nazionalsocialismo, ma il risultato naturale, seppure affatto
necessario, degli sviluppi della societ, della politica e della
cultura tedesche negli ultimi centocinquant'anni. Un'impostazione
estremista e troppo poco articolata  pertanto quella contenuta nella
tesi suggestiva della "Germania eterna", da Lutero a Hitler, cara
soprattutto alla storiografia francese tradizionale, alla quale non si
sottraggono neppure i suoi migliori esponenti, quali il Vermeil, che
ne  il massimo rappresentante. All'opposto della tesi della "Germania
eterna", uno storico conservatore tedesco, Gerhard Ritter, ha ritenuto
di poter respingere la ricerca delle origini del nazionalsocialismo
nella recente storia della Germania, dissolvendo il fenomeno del
nazionalsocialismo nella pi generale crisi della moderna societ
occidentale e riconoscendo in esso nulla pi che la forma tedesca di
un fenomeno europeo, ossia la versione tedesca della pi generale
tendenza alla negazione della democrazia e allo sviluppo dello Stato
totalitario. In tal modo tuttavia il Ritter sottovaluta nettamente gli
elementi e gli apporti specificamente tedeschi, in virt dei quali il
nazionalsocialismo pot assumere gli aspetti drastici che gli furono
caratteristici, e dimentica che in Germania esso pot allignare su un
terreno particolarmente predisposto a favorirne l'affermazione;
l'opera compiuta dal Ritter di revisione del giudizio storico sul
militarismo tedesco-prussiano non  che il complemento di questo
sforzo di

p 339 .

rivalutare la tradizione tedesca e di presentare il nazismo come un
fatto nuovo del tutto avulso dalle migliori tradizioni nazionali.
Pur senza incorrere nella deformazione di voler attribuire a Fichte, a
Nietzsche o a Wagner, al pangermanesimo guglielmino o al militarismo
prussiano le responsabilit delle azioni dei loro posteri, non vi 
dubbio, viceversa, che  nella traiettoria storico-culturale segnata
da questi nomi e da queste forze che va collocata la matrice del
nazionalsocialismo. Sebbene sia stata espressa con le pi diverse
sfumature e con diverse accentuazioni polemiche, soprattutto
all'indirizzo del militarismo prussiano, che non  qui il luogo di
esaminare, l'accettazione di questo principio rappresenta il momento
pi valido del giudizio della storiografia liberale, da F. Meinecke a
W. Roepke, da F. C. Sell a W. Hofer, a H. Kohn. Con approssimazione
tanto polemica quanto sintetica, ma gi con visione pi concretamente
storicistica, uno scrittore comunista, Alexander Abusch, afferma che
"indubbiamente il nazismo fu l'erede rapace di tutto quanto vi era
stato di tenebroso nel passato tedesco; ma soprattutto fu la
continuazione pi larga e bestiale della politica di conquista
dell'imperialismo pangermanista"; con maggiore rigore critico un altro
studioso marxista, Jrgen Kuczynski proietta il nazionalsocialismo
come specifica forma tedesca nella pi generale fase monopolistica e
imperialistica del capitalismo mondiale.
Ciascuna di queste interpretazioni contiene validi elementi per
arrivare alla formulazione di un giudizio generale sul
nazionalsocialismo che, se potr essere univoco dal punto di vista
della condanna morale, sotto il profilo storico non potr non essere
un giudizio estremamente complesso.
Dal punto di vista strettamente storico si potrebbe anche prescindere
dal menzionare le interpretazioni del nazismo fornite in sede
sociologica, psicologica e finanche psicanalitica: generalmente
infatti non si tratta di ricerche specifiche sul nazionalsocialismo
come tale, ma di indagini sul comportamento di determinati gruppi
sociali, o pi spesso ancora, di analisi complessive sulle tendenze
autoritarie nello Stato e nella societ contemporanei, in cui taluni
fenomeni collettivi (in primo luogo: lo sviluppo della propaganda di
massa e delle tecniche di condizionamento dell'opinione pubblica)
prestano terreno particolarmente favorevole a questi metodi di
indagine. La validit delle analisi sulla psicologia totalitaria
(citiamo per tutti le ricerche di Fromm e Adorno) consiste nell'avere
sottolineato il nuovo rapporto che si determina in una societ di
massa tra l'individuo e la collettivit, donde l'indubbia influenza di
fattori di suggestione e di condizionamento psicologico collettivo
nella manifestazione della volont politica del singolo e della massa,
anche se evidentemente non pu essere accettata la troppo facile e
meccanica trasposizione della teoria psicanalitica nel campo delle
indagini sociali.
Entro questi limiti e con queste necessarie avvertenze, le tecniche
della sociologia e della psicologia sociale offrono strumenti di
indagine utilizzabili sussidiariamente anche ai fini della ricerca
storica (e dimostratisi singolarmente validi in casi particolari come
nello studio dell'antisemitismo). Ma il tentativo di spiegare il
nazismo come una nuova tecnica di utilizzazione del mito politico
(Cassirer) o di rivalutazione dei simboli o di nuovi miti religiosi,
riducendo il problema del potere alla formazione di un nuovo tipo di
lite (Mannheim), coglie soltanto gli aspetti esterni, e diremmo
rituali, del fenomeno nazismo, non ne penetra le radici sociali n la
sostanza storica. E spesso in realt queste interpretazioni, pi che
analisi del nazionalsocialismo, sono esse stesse testimonianze del
clima culturale, largamente compenetrato di intellettualismo
irrazionalistico, e della crisi della societ dai quali sono scaturiti
il fascismo e il nazionalsocialismo come forme della reazione
imperialista.
Ci che comunque va decisamente respinto  qualsiasi tipo di
interpretazione, cos frequente specialmente nella letteratura tedesca
sul nazionalsocialismo posteriore al 1945, tendente a trasferire il
giudizio sul nazionalsocialismo dal concreto terreno storico-politico-
sociale

p 340 .

alla sfera delle astrazioni metafisiche o metapolitiche, quali il
richiamo ad elementi satanici e demoniaci o verso elementi puramente
esterni di caratterizzazione di talune forme di Stato moderno (il
totalitarismo in astratto). Va respinto infine anche il tentativo di
spostare l'equilibrio del giudizio dal movimento e dal regime
nazionalsocialista nel loro complesso alla persona e alla personalit
isolate di Adolf Hitler, tentativo che raggiunge soltanto l'obiettivo
di scaricare sulla figura del Fhrer ogni responsabilit per
l'instaurazione del regime nazista e tradisce in tal modo l'intento
politico (di assoluzione o di alibi a favore dei corresponsabili) che
spesso  all'origine di siffatte interpretazioni. E' questa infatti la
sostanza di tutta la memorialistica prodotta dagli ex esponenti del
governo e del regime nazista, di parte della letteratura neonazista e
anche di buona parte della storiografia conservatrice. Contro questa
deformazione occorre ribadire con energia che una analisi reale delle
origini e della natura del nazionalsocialismo va portata sul terreno
diretto delle strutture politiche ed economiche della Germania moderna
e in particolare del Terzo Reich.

9 . Le responsabilit collettive.

Da: J. Habermas, Storiografia e coscienza storica, in Germania: un
passato che non passa. I crimini nazisti e l'identit tedesca,
Einaudi, Torino, 1987 .

Vivaci polemiche ha suscitato la tesi cosiddetta "revisionista",
elaborata da storici tedeschi, secondo i quali i crimini del terzo
Reich andrebbero considerati in stretta correlazione con quelli
commessi nell'Unione Sovietica staliniana. Il pi noto sostenitore di
questa interpretazione  Ernst Nolte, il quale, nel saggio
Nazionalismo e bolscevismo pubblicato nel 1986, afferma che il
genocidio compiuto dai nazisti altro non era che la reazione allo
"sterminio di classe" attuato dai bolscevichi ("L'arcipelago Gulag non
precedette Auschwitz? Non fu lo sterminio di classe dei bolscevichi
l'antecedente logico e fattuale dello sterminio di razza dei
nazionalsocialisti?"). Una prima dura risposta a tale tesi  venuta
dal filosofo tedesco Jrgen Habermas, il quale accusa Nolte di
manipolare la storia per rimuovere precise responsabilit collettive,
alle quali nessuno, neppure le generazioni successive a quelle vissute
ai tempi del nazismo, pu e deve sottrarsi.

La nostra vita  connessa non da circostanze puramente contingenti,
bens intimamente, a quel contesto di vita che rese possibile
Auschwitz. La nostra forma di vita  legata a quella dei nostri
genitori e dei nostri nonni da un intreccio quasi inestricabile di
tradizioni familiari, locali, politiche e anche intellettuali; insomma
da un ambiente storico che ci ha resi quel che oggi siamo. Nessuno di
noi pu sottrarsi a questo ambiente, perch la nostra identit, sia
individuale sia di tedeschi, vi  indissolubilmente intrecciata: dalla
mimica e dalla gestualit del corpo fino al linguaggio e alle
ramificazioni pi capillari dell'abito intellettuale. Come se io, per
esempio, insegnando in un'universit straniera, potessi forse negare
la mentalit in cui sono incise le tracce del movimento filosofico,
tutto tedesco, che va da Kant a Marx e a Max Weber. Dobbiamo dunque
mantener fede alla nostra tradizione se non vogliamo rinnegare noi
stessi. Ma cosa deriva da questo legame esistenziale con tradizioni e
forme di vita che sono state avvelenate da crimini indicibili? Per
tali crimini ha potuto un giorno essere imputata un'intera popolazione
civile, orgogliosa dello Stato di diritto e della cultura umanistica
[...]. Forse che una parte di questa responsabilit si trasferisce
sulla generazione successiva e su quella seguente? Credo che ci siano
due ragioni per cui dobbiamo rispondere affermativamente.
Innanzitutto abbiamo il dovere, in Germania, anche se nessun altro pi
lo facesse, di mantenere vivo, non in modo simulato e non solo
cerebralmente, il ricordo delle sofferenze di coloro che sono morti
per mano tedesca. Questi morti possono fare appello soltanto alla
debole

p 341 .

forza anamnestica di una solidariet che i posteri possono esercitare
ormai solo mediante un ricordo che continua a rinnovarsi, spesso
disperato, comunque sconvolgente. Se non teniamo conto di questa
eredit tramandataci da Benjamin [Walter Benjamin (1892-1940),
filosofo tedesco di origine ebraica], i nostri concittadini ebrei, i
figli e i nipoti della gente assassinata, non potranno pi respirare
nel nostro paese. Tutto ci ha anche implicazioni politiche. In ogni
caso io non vedo come, per esempio, si potrebbe "normalizzare", in un
prossimo futuro, il rapporto della Repubblica federale con Israele.
[...]
La disputa attuale non avviene per tanto sulla memoria dovuta, quanto
sulla questione, piuttosto narcisistica, di come noi, per amore di noi
stessi, ci poniamo nei confronti della nostra tradizione. Se avviene
in modo illusorio, anche la memoria delle vittime diverr una farsa.
Nell'autocomprensione che la Repubblica federale manifesta
ufficialmente c' stata finora una risposta chiara e semplice. [...]
Dopo Auschwitz possiamo crearci una coscienza nazionale solo
attingendo alle tradizioni migliori della nostra storia, non
accettandola passivamente ma acquisendola criticamente. Possiamo
perfezionare un contesto di vita nazionale, che un giorno ha
consentito un'offesa senza eguali alla sostanza stessa del senso di
appartenenza al genere umano, soltanto alla luce di quelle tradizioni
che hanno retto a uno sguardo diffidente, istruito dalla catastrofe
morale. In caso contrario non potremo avere stima di noi stessi n
aspettarcene dagli altri. [...]
L'era nazista sar tanto meno un ostacolo insormontabile, quanto pi
pacatamente riusciremo a vederla come il filtro attraverso il quale
deve passare una sostanza culturale adottata con deliberazione e
consapevolezza.
